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Siracusa – Quota 8 per cento in Sicilia per strappare un sottosegretario, l’ambizione per le politiche che FdI tiene segreta. Intervista col coordinatore regionale Manlio Messina

Manlio Messina intervistato da Massimo Ciccarello

Manlio Messina intervistato da Massimo Ciccarello

(Massimo Ciccarello) Siracusa, 3 febbraio 2018 – Obiettivo 6 per cento, ma con l’ambizione di puntare all’8. Perché magari, chissà, con centrodestra che va al governo dopo le politiche ci potrebbe pure scappare un sottosegretario siciliano. Ma questo, ovviamente, non potrà mai ammetterlo apertamente Manlio Messina, coordinatore regionale di Fratelli d’Italia, il 2 febbraio in visita “organizzativa” alla sezione siracusana. Nello studio legale del commissario provinciale Peppe Napoli, si presta a un’intervista senza rete sulle ambizioni del partito. E soprattutto sul rovello di dove diavolo andare a pescare i voti, visto che la partenza dell’amministrazione regionale di Nello Musumeci non è stata fra le più fulminanti.

“I sondaggi non mi fanno innamorare”, esordisce Messina, quando il cronista evidenzia una strada in salita causa l’inizio zoppicante del “loro” governatore. “Ci davano all’1, massimo al 2, e abbiamo superato il 5, con punte dell’11 in qualche Comune; replicheremo grazie all’effetto regionali, frutto del duro lavoro sul territorio dei nostri dirigenti”, spiega. Sorvolando che nel mezzo di quel risultato di novembre c’è pure qualcosa della Lega, con la quale andavano in tandem, e pure di Diventerà bellissima in un paio di province. Ma poco importa, ora l’obiettivo sono le nazionali dove il voto di opinione pesa in misura maggiore. E lì FdI pensa di avere un asso nella manica.

“La nostra presidente Giorgia Meloni è il motore trainante del centrodestra. Farà un grande risultato anche in Sicilia; d’altronde, ha origine siciliane”. Non si direbbe, visto il marcato accento romanesco della Garbatella. Ma dev’essere certamente così, considerato che l’ex ministra si candida capolista a Catania, mettendo al secondo posto lo stesso Messina, oltre che nella sua Roma e a Milano. Nel collegio etneo del proporzionale alla Camera conta sul fatto che “Musumeci aiuterà FdI grazie anche ad esponenti di Db presenti in lista”, come il coordinatore regionale Raffaele Stancanelli capolista al Senato. Il reciproco aiuto, battezzato con la presidenza della Regione “imposta” da Meloni a Berlusconi, viene adesso ricambiato con un orizzonte ambizioso.

“Sono convinto che saremo la sorpresa di queste elezioni, e che fra 5 anni sarà un partito con percentuali a due cifre”, assicura Messina. Che nel frattempo, tuttavia, se la deve vedere con l’ondata 5 Stelle. Il Movimento sembra fagocitare ogni elettore fluttuante, togliendo pascolo proprio alle forze emergenti come Fratelli d’Italia. Stranamente, però, non viene visto come un problema insormontabile. Poiché “un partito come FdI fa formazione politica”, inoltre “in Sicilia sta esprimendo la migliore classe dirigente, cambiandola anche dal punto di vista generazionale”. Invece i grillini “sono buoni solo a fare opposizione”, “dove amministrano combinano disastri e fanno il contrario di cosa proclamano”.

Gli elettori tuttavia, vedi regionali e sondaggi, non sembrano accorgersene. La narrazione virtuale di #onestà e di #cambiamento pentastellati è, evidentemente, più forte di qualsiasi passo falso. Messina li vede che “stanno scricchiolando”, però le campagne M5s sugli “impresentabili” sembrano fare la differenza fra gli indecisi. Perché i “legalisti” grillini hanno più appeal dei “legalitari” della Destra? Il coordinatore regionale di FdI in realtà non ha una risposta. Però sa che il suo partito resta “garantista”. Perciò Virginia Raggi a Roma “deve restare a fare la sindaca anche se è rinviata a giudizio, e secondo i loro criteri dovrebbe dimettersi; ci sono reati amministrativi che è difficile tenere sotto controllo, e si è innocenti fino a sentenza passata in giudicato”.

Insomma “non è possibile continuare su questa linea” di giustizialismo esasperato, che pur di capitalizzare consenso sparando “nel mucchio indistinto della classe politica”, alla fine nega “il valore dei partiti come scuola di buona amministrazione”. A dirla tutta, non è che siano solo grillini i protagonisti di certe campagne politiche all’ombra degli avvisi di garanzia. Ma il problema investe la vecchia questione della riforma della magistratura, “con pubblici ministeri e giudici che non possono stare sotto lo stesso tetto”, e con l’abolizione della porte girevoli, “per cui un magistrato che si candida poi torna a fare il giudice di quelli con cui si è scontrato politicamente”. E tanto per fare qualche esempio, cita l’aspirante premier di Liberi e uguali. “Pietro Grasso è stato un procuratore antimafia rispettato, ma oggi scende in campo con una maglietta”. E questo, “anche se non ti fa proprio dubitare, provoca però un certo disagio”.

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